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IL PETTIROSSO - storie di viaggi brevi e lunghi e di un colore che rosso non è… PARTE SECONDA

Torniamo a parlare del Pettirosso ma questa volta vogliamo raccontarvi una serie di curiosità inerenti a questo simpatico passeriforme che ci accompagna nel periodo autunno-invernale.
Nel folklore di tutta Europa rappresenta la stagione fredda (l’autunno e soprattutto l’inverno) e nella cultura dei popoli nordici il Pettirosso veniva associato al dio Thor. Un mito legato alla culto cristiano invece  vuole che il petto aranciato di questo uccellino derivi dal sangue di Gesù Cristo: il Pettirosso, originariamente colorato solo di un mesto marrone, avrebbe tentato di liberare il Cristo dalle spine della corona che cingeva il suo capo e così facendo, rimase macchiato sul petto, assumendo la tipica e appariscente colorazione che tutti ben conosciamo.
 
Chopin compose il tema principale della “Grande polonaise brillànte”, ispirandosi all’articolato e melodioso canto del Pettirosso.
      Qui il canto del pettirosso 
 
In tutto il continente europeo poi ci si riferisce a questa specie con appellativi molto simili, in cui compare sempre il termine “rosso”:
Italiano: pettirosso.
spagnolo: petirrojo (rojo – rosso).
Greco: κοκκινολαίμης (κόκκινος – rosso) – (si leggono rispettivamente kokkinolaímis e kokkinos)
Francese: rouge-gorge (rouge – rosso).
Olandese: roodborstje (rood -rosso).
Tedesco: rotkelchen (rot – rosso).
Finlandese: punarinta (punainen – rosso)
Inglese: oggi “robin” ma in passato “robin redbreast” (petto rosso). 
È tuttavia ben evidente che il colore in questione non sia affatto rosso bensì arancione! Ma allora quale può essere il motivo di questo diffuso ostracismo nei confronti del suddetto colore a favore del rosso?
 
Figura 1 -un pettirosso (Erithacus rubecula) esce allo scoperto per osservare con curiosità il fotografo
 
Sembra che il colore arancione in Europa fosse poco noto e non distinto chiaramente dal rosso, almeno fino al XVI secolo. Solo con l’importazione prima (XIV secolo in Portogallo) e la coltivazione dell’Arancio nel continente poi, l’arancione venne riconosciuto e distinto come colore a sé stante. Lo stesso termine “arancione” deriva etimologicamente proprio dall’arancia, frutto di origine asiatica fino ad allora quasi del tutto sconosciuto agli europei. 
 
PETTIROSSO AMERICANO
Per i Nordamericani “Robin” è un uccello dal vistoso petto aranciato ma assai diverso dal pettirosso europeo: si tratta di Turdus migratorius, un Turdide parente del merlo e dei nostri tordi molto appariscente che, come ricorda il nome scientifico, presenta uno spiccato comportamento migratorio. L’attribuzione del nome pettirosso – robin anche a questa specie, ha generato nel tempo una lunghissima sequenza di scambi di identità e di errori grossolani, il più curioso dei quali venne commesso nel celebre film Disney “Mary Poppins” in cui compaiono due uccelli impegnati a nutrire la prole al nido e citati come pettirossi (anche nella versione in lingua inglese) ma che a tutti gli effetti erano due esemplari di Turdus migratorius. Mary Poppins però è ambientato nella Londra di inizio ‘900, quindi i pettirossi in questione sarebbero dovuti essere quelli europei e non il colorato tordo americano! (se non ci credete, guardate voi stessi qui).  
 
Figura 2 - American Robin, il pettirosso americano (Turdus migratorius)
 
I PETTIROSSI GIAPPONESI
Anche nel lontano oriente esistono uccelli a cui viene attribuito il nome “pettirosso”: 
- Larvivora akahige (Pettirosso giapponese o komadori) un tempo ritenuto un parente asiatico del pettirosso europeo (Erithacus rubecula) ma ora attribuito a un genere completamente diverso (Larvivora) che ha legami più stetti con altre specie tipicamente orientali (pettirosso blu siberiano – Larvivora cyane) piuttosto che con il nostro pettirosso.
- Larvivora komadori (Pettirosso di Ryukyu), specie endemica dell’isola giapponese di Ryukyu il cui nome scientifico ha generato confusione nel tempo con il pettirosso giapponese, noto per l’appunto come “Komadori”. Anche questa specie del Sol Levante venne inizialmente riferita al genere Erithacus ma oggi, accurati studi genetici hanno confutato questa ipotesi. 
 
 
CURIOSITÀ BRITANNICHE
 Il Pettirosso è un animale da sempre presente nella cultura e nel folklore anglosassone. È una delle figure simboliche del Natale, tanto da essere costantemente presente nelle cartoline augurali natalizie. Gli stessi postini che recapitavano la posta nel suddetto periodo venivano chiamati “robin” forse anche per via della vistosa divisa rossa che indossavano (non arancione! la confusione cromatica continua).  
Per gli inglesi il pettirosso è poi soprattutto una presenza costante nei giardini delle case ed un elemento irrinunciabile del paesaggio agreste e domestico anglosassone, tanto che nel XIX secolo vennero a più riprese tentate introduzioni massicce di questa specie nelle colonie inglesi in giro per il mondo. 
In particolare, i maggiori sforzi si concentrarono in Australia e Nuova Zelanda, dove i coloni tentarono a più riprese di ricreare i paesaggi delle campagne inglesi (di cui evidentemente avevano nostalgia) introducendo specie tipiche delle brughiere inglesi. Nel caso del pettirosso per fortuna, le immissioni furono tutte fallimentari e nessun animale riuscì ad acclimatarsi e riprodursi. Simili e allo stesso modo fallimentari tentativi si tennero negli Stati Uniti (New York nel 1852 e Orengon tra il 1889 e 1892) e nel Canada (Columbia Britannica tra il 1908 e 1910).
 
Se l’introduzione forzata del Pettirosso non ebbe successo, lo stesso non si può affermare per molte altre specie diffuse nel mondo dall’uomo in questo periodo storico. Ancora oggi, soprattutto in Oceania e in minore misura nel Nordamerica, sono evidenti i danni arrecati da queste attività.
Responsabili di quelle che oggi definiremmo vere e proprie “follie ecologiche” erano le cosiddette “Acclimatisation societies” inglesi (società per l’acclimatazione) o la francese Societé Zoologique d’Acclimatation, associazioni di volenterosi cittadini e notabili del tempo che desideravano, come già citato, ricreare gli ambienti e i paesaggi delle terre natie, introducendo in continenti lontani le piante e gli animali del proprio paese di origine. Allo stesso modo, queste organizzazioni si premuravano di diffondere le specie esotiche utili anche in Europa o nei loro possedimenti coloniali in altri continenti. Lo scopo era quello di massimizzare le produzioni alimentari, in un momento storico di crescita esponenziale della popolazione mondiale e della conseguente crisi economica e produttiva, senza tuttavia considerare gli effetti e i potenziali danni a medio e lungo termine che avrebbero subito gli ecosistemi e le stesse produzioni agricole tradizionali. 
 
 
 
Il lavoro delle Acclimatisation societies generò gravi danni alla flora e fauna di molte aree del pianeta. Il disastro ecologico, come già citato, fu particolarmente evidente in Oceania, dove ci si rese presto conto che gli organismi di origine europea stavano soppiantando le forme di vita originarie generando talvolta rapide estinzioni di molte specie australiane e neozelandesi. 
Forse è anche per questa ragione che tra i paesi del mondo, proprio l’Australia e la Nuova Zelanda, adottarono già a inizio ‘900 rigidissime normative per la riduzione e il controllo delle “specie esotiche”, ovvero organismi provenienti da altri paesi e che rappresentano potenziali minacce per gli equilibri ecologici locali.
Anche in Italia l’introduzione di organismi esotici ha creato nel tempo grandi problemi sia di ordine ecologico che economico. Nel nostro paese però la sensibilità a questo tema fatica ad affermarsi e anche gli strumenti normativi non sono sempre stati adeguati, in passato, per affrontare efficacemente il problema degli “esotici”, la cui diffusione sul territorio può essere spesso rapida e diventare incontrollabile se non fermata o gestita in tempi opportuni.  
 
   
Fig 7 - Scoiattolo grigio –specie fortemente invasiva di origine nordamericana  - Fig 8 - Reynoutria japonica (Fallopia japonica) – Specie vegetale di origine orientale fortemente invasiva di greti e sponde fluviali
 
Per concludere, la prossima volta che osserverete un Pettirosso, lasciatevi trasportare dalla fantasia, chiudete gli occhi e viaggiate nel tempo e nello spazio (magari stringendo forte un ombrello in una mano e una vecchia borsa di pelle nell’altra), passando dal Canada, agli Stati Uniti, virando poi sul il Giappone per risvegliarvi infine nei panni di un Australiano della meta dell’800, avete un Pettirosso in mano e lo state per liberare…
 
Buon autunno a voi e ai Pettirossi!
 
Roberto Ostellino
 
Saluzzo, 07 dicembre 2017
 
 
Fonti 
Encyclopedia of Biological Invasions a cura di Dr. Daniel Simberloff,Dr. Marcel Rejmanek
 
Immagini
Figura 1,7 e 8 – foto di Roberto Ostellino
Figura 2 - American Robin -- Humber Bay Park (East) (Toronto, Canada) -- 2005, by en:User:Mdf
 
Figura 3 - By Alnus (Own work) [CC BY-SA 3.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0) or GFDL (http://www.gnu.org/copyleft/fdl.html)], via Wikimedia Commons
 
Figura 4 - By Hisagi (Own work) [CC BY-SA 4.0], via Wikimedia Commons
 
Figura 5 – By Buckland, F.T. - First Report of the Acclimatisation Society, Public Domain, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=40388861
 
Figura 6 –author [Public domain], via Wikimedia Commons

 

IL PETTIROSSO - Storie di viaggi brevi e lunghi e di un colore che rosso non è… PARTE PRIMA

Con l’arrivo dell’autunno, il verde dei campi e delle foreste lascia spazio agli sgargianti colori caldi che animano i mesi di settembre e ottobre. Presto però, questa fantastica tavolozza pittorica si affievolisce fino a svanire nel nulla, lasciando un paesaggio via via sempre più triste e dimesso. Non tutto è perduto però! A ravvivare l’atmosfera autunnale arriva un piccolo pennuto dal vistoso piumaggio: il Pettirosso.

 

Quest’uccellino ha sempre rappresentato per noi il simbolo delle stagioni fredde. Compare all’improvviso in campagna, nei giardini e nei parchi di città nei primi giorni di ottobre (talvolta anche prima), non temendo di scacciare altri uccelli che si avvicinano troppo ai cespugli in cui ha trovato rifugio e non esita a uscire allo scoperto per osservare curioso chi gli sta arrecando disturbo.
Come mai però vediamo il Pettirosso quasi esclusivamente in autunno e in inverno e dove vanno a finire i Pettirossi in primavera?
Per rispondere a queste domande dobbiamo analizzare la distribuzione di questa specie in Europa. Come mostra la figura 2 (cartina distributiva del Pettirosso), esistono popolazioni scandinave, baltiche e dell’Europa orientale, “obbligate alla migrazione” (in giallo). Questi Pettirossi, con il sopraggiungere dell’inverno, si spostano prevalentemente verso sudovest alla ricerca di aree dal clima più mite. I Pettirossi delle Isole britanniche, del Centro e del Sud Europa (in verde) tendono invece a una maggiore stanzialità o al massimo compiono movimenti migratori a corto raggio.

By Verbreitungskarte_des_Rotkehlchens.png: mario  The original uploader was Devil m25 at German Wikipedia  derivative work: Chuunen Baka (Verbreitungskarte_des_Rotkehlchens.png) [CC BY-SA 2.0 de (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/2.0/de/deed.en)], via Wikimedia Commons

Nel Nord Africa occidentale, nel bacino del Nilo e nelle aree israelo-palestinesi, si trovano infine i quartieri di svernamento più meridionali della specie (in azzurro). Qui i pettirossi trascorrono i mesi invernali ma non nidificano. Ripartono all’inizio della primavera, ritornando nelle loro aree riproduttive europee.  
Ma perché in pianura vediamo il Pettirosso quasi esclusivamente in autunno e in inverno? Dobbiamo considerare che le nostre popolazioni stanziali di Pettirosso nidificano nei boschi di latifoglie e di conifere della penisola italiana, concentrandosi in primavera soprattutto nei territori montani e collinari o nelle poche aree forestali di pianura, zone che lasciano poi con i primi rigori autunnali, spostandosi nelle campagne e nelle città, alla ricerca di luoghi più miti e di nuove fonti di cibo. In questo senso, parchi urbani e giardini sembrano offrire un ottimo rifugio dove trascorrere l’inverno.
La popolazione autunno-invernale dei Pettirossi in pianura però si arricchisce anche di altri individui provenienti dall’Europa orientale e baltica (fig. 4). Come abbiamo visto, queste popolazioni sono costrette a migrare con il sopraggiungere dei rigori invernali e, tra i Pettirossi, sono proprio quelli nordici che compiono gli spostamenti più lunghi e impegnativi.
Nel mese di ottobre in particolare si registra il più alto numero di passaggi di pettirossi sulla nostra penisola (fig.3). Alcuni di questi possono fermarsi nella Pianura Padana, lungo le coste italiane o ancora in molti siti appenninici, altri invece, dopo brevi soste per recuperare le energie per la migrazione finale, proseguono ancora più a sud verso l’Africa settentrionale.    

A complicare ulteriormente il quadro del comportamento autunnale del pettirosso però, ci si mettono anche i pettirossi italiani (ovvero quelli nati da coppie nidificanti in Italia), molti dei quali migrano anch’essi verso il Nord Africa, mostrando una predilezione per l’Algeria, il Marocco e la Tunisia e in seconda battuta, per la Francia meridionale e la Spagna (fig. 5 e 6).


 

Il pettirosso, come molti altri passeriformi, migra di notte e lo studio del suo comportamento migratorio ha rappresentato una sfida per il mondo scientifico che ha dovuto affrontare non poche difficoltà tecniche. Oggi, attraverso un lavoro pluridecennale di inanellamento su scala europea e una fitta rete di scambio di dati tra le varie stazioni di inanellamento (che provvedono a catture di uccelli con successivo rilascio per mezzo di reti “mistnet” - fig.7) è stato possibile ricostruire il comportamento migratorio di molte specie.


 
Figura 7 - La rete mistnet utilizzata dagli inanellatori per la cattura degli uccelli

 
Figura 8 – Fase di inanellamento e misurazione dei parametri morfometrici di un pettirosso prima della sua liberazione in natura

Lo studio dell’avifauna migratoria ha consentito di acquisire importanti informazioni territoriali, individuando molte aree di primaria importanza conservazionistica, aiutando così gli enti preposti alla tutela ambientale a salvaguardare non solo i principali areali di nidificazione ma anche quelle zone utilizzate come rifugio invernale o di sosta migratoria (stop-over), dove gli animali si rifocillano e recuperano le forze accumulando il grasso corporeo indispensabile per il successivo tratto del loro viaggio.
Per concludere, la prossima volta che osserverete il Pettirosso del vostro giardino o quello che incontrate nelle vostre passeggiate in città o in campagna, siate ben consapevoli che non saprete mai se quello che avete davanti è un uccellino che ha percorso pochi chilometri oppure se si tratta di un ospite straniero che ha compiuto un lungo viaggio di alcune migliaia di chilometri…

Buon autunno e voi e ai Pettirossi.

Roberto Ostellino

Saluzzo, 27 novembre 2017

 

Bibliografia

The migration of the Robin Erithacus rubecula in the central pre‐Alps of Italy, Ringing & Migration
L. Bottoni, R. Massa & L. Fornasari (1991), 12:1, 48-53, DOI: 10.1080/03078698.1991.9673985.
L. BOTTONI and R. MASSA, Department of Biology, University of Milan, Via Celoria 26,20133 Milan, Italy
L. FORNASARI, S.I.R.O. (Stazione Italiana per la Ricerca Ornitologica), Via Celoria 26, 20133 Milan, Italy.
http://dx.doi.org/10.1080/03078698.1991.9673985

Atlante della Migrazione degli Uccelli in Italia vol II. Passeriformi
Fernando Spina & Stefano Volponi
Ministero dell’Ambiente e della tutela del Territorio e del Mare
ISPRA Istituto Superiore per la Protezione e Ricerca Ambientale

Directional preferences of the Robin (Erithacus rubecula) and the Blackcap (Sylvia atricapilla) during autumn migration at Arosio (N Italy) in 2005. 
Adamska K., Rosiñska K. 2006. Ring 28, 2: 101-111.
K. Adamska, K. Rosiñska, Bird Migration Research Station, University of Gdañsk, Przebendowo, PL-84-210 Choczewo, Poland, E-mail: bioka@univ.gda.pl, biokr@univ.gda.pl; NIBBIOFEIN Foundation, Arosio Bird Observatory, Via Cascina Perego, 1, 22060 Arosio (CO), Italy.

https://en.wikipedia.org/wiki/European_robin
http://www.rspb.org.uk/birds-and-wildlife/bird-and-wildlife-guides/bird-a-z/r/robin/threats.aspx

https://en.wikipedia.org/wiki/Acclimatisation_society
https://www.newscientist.com/article/mg13718574.800-review-moving-tales-of-fauna-and-flora-/

Fonti delle immagini:

Figura 1  foto di  Roberto Ostellino

Figura 2 - By Verbreitungskarte_des_Rotkehlchens.png: mario The original uploader was Devil m25 at German Wikipedia  derivative work: Chuunen Baka (Verbreitungskarte_des_Rotkehlchens.png) [CC BY-SA 2.0 de (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/2.0/de/deed.en)], via Wikimedia Commons
https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/3/39/Erithacus_rubecula_distribution.png
https://commons.wikimedia.org/wiki/File%3AErithacus_rubecula_distribution.png

Figura 3 - The migration of the Robin Erithacus rubecula in the central pre‐Alps of Italy, Ringing & Migration L. Bottoni, R. Massa & L. Fornasari (1991)

figure 4 e 5 - Atlante della Migrazione degli Uccelli in Italia vol II. Passeriformi
Fernando Spina & Stefano Volponi
Ministero dell’Ambiente e della tutela del Territorio e del Mare
ISPRA Istituto Superiore per la Protezione e Ricerca Ambientale

Figura 6 - Directional preferences of the Robin (Erithacus rubecula) and the Blackcap (Sylvia atricapilla) during autumn migration at Arosio (N Italy) in 2005. Adamska K., Rosiñska K. 2006

Figura 7 e 8 Archivio fotografico Vigilanza Parco del Monviso

 

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Bussola della Trasparenza Amministrazione Aperta - Art.18 L.134/2012 Contratti Pubblici di Lavori, Servizi e Forniture Regione Piemonte Settore Parchi Amici di Villafranca Piemonte Europarc Mab Biosfera Al Parc Centro Cicogne


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Provvedimento n.229 dell'8 maggio 2014 - pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 126 del 3 giugno 2014.

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