Ambienti naturali

In una cornice unica nel suo genere, il sistema delle Aree Protette del Monviso abbraccia un territorio compreso tra i 240 m.sl.m. e i 3.841 m.sl.m. di quota, dalla pianura di Casalgrasso fino alla vetta del Monviso. Gli ambienti naturali che si susseguono su una simile escursione altimetrica sono molti, dai boschi di pianura ai ghiacciai alpini, ciascuno dei quali presenta aspetti pregevoli non solo dal punto di vista naturalistico, ma anche sul piano storico e culturale.

Il Monviso si specchia nelle acque della confluenza tra Po e Pellice (foto: R. Ribetto)

Il bosco planiziale: quel che resta della grande foresta padana
Percorrendo la pianura cuneese, così come il resto della Pianura Padana, è facile accorgersi di quanto gli ambienti agricoli siano oggi l’elemento dominante del paesaggio planiziale. Tuttavia non è sempre stato così, poiché in epoca romana gran parte delle nostre pianure erano ancora ricoperte di una fitta foresta! Ai giorni nostri, quel che rimane di questi antichi boschi è ancora visibile in piccole “isole” scampate allo sfruttamento da parte dell’uomo, come ad esempio presso il Bosco del Merlino ed i Boschi di Staffarda. Qui l’ambiente forestale è stato conservato nei secoli ed è oggi dominato da querce maestose e grandi carpini, le cui chiome sovrastano un ricco sottobosco costituito da varie specie di arbusti. La presenza di legno morto è anche un aspetto fondamentale per questo tipo di ecosistema, in quanto è indispensabile per garantire la sopravvivenza di molti organismi, spesso specializzati nel consumare il legno marcescente.

L’ambiente forestale del Bosco del Merlino (foto: D. Giuliano).

Prati stabili e siepi per ambienti agricoli amici della biodiversità
Sebbene si tratti di habitat creati dall’azione dell’uomo, in certi casi anche le superfici coltivate di pianura possono costituire un ambiente di pregio dal punto di vista naturalistico, meritando l’inclusione nell’area protetta al pari di altri ambienti naturali. Ad esempio, i prati stabili che circondano il Bosco del Merlino e l’abbazia di Staffarda sono caratterizzati da un’elevata diversità floristica, mantenuta grazie al pascolo ed alla fienagione, offrendo un habitat adatto per numerosi organismi, tra cui uccelli, farfalle e molti altri insetti. Nei contesti agricoli, inoltre, la presenza di siepi e filari ha un ruolo fondamentale per la conservazione della flora e della fauna selvatiche, assicurando la disponibilità di corridoi ecologici, rifugi sicuri contro i predatori e luoghi indisturbati per la riproduzione.

Campi di frumento nella pianura saluzzese (foto: R. Ribetto).

Un “fiume” di alberi: il bosco ripariale"
Laddove si sono conservate le dinamiche naturali che caratterizzano gli ambienti fluviali di pianura, una lunga fascia boscata accompagna il lento deflusso verso l’Adriatico dei nostri corsi d’acqua. Salici, ontani e pioppi sono le essenze dominanti di questi boschi ripariali, in grado di sopportare periodiche inondazioni e capaci di crescere anche su terreni ghiaiosi e sabbiosi. La regimazione di fiumi e torrenti, insieme allo sfruttamento agricolo delle sponde, hanno reso questo ambiente sempre più raro nella pianura cuneese, dove lembi di saliceto ben conservati sopravvivono solo presso alcune riserve naturali, come ad esempio le confluenze Po-Pellice e Po-Varaita. Oltre a contenere l’erosione delle sponde durante le piene, questi ambienti forestali hanno un ruolo importante nel mantenimento della “buona salute” dei nostri fiumi.

Un lungo “fiume” di salici costeggia il Po presso il ponte di Casalgrasso (foto: R. Ribetto).

Il Po che diventa grande fiume
Man mano che scende a valle, il Po acquisisce sempre di più le caratteristiche proprie di un grande fiume di pianura: la velocità della corrente diminuisce, il fondo diventa più sabbioso ed il suo percorso si fa più sinuoso. Uno dopo l’altro, i suoi principali affluenti contribuiscono ad aumentare il volume d’acqua, che scorre silenziosa tra rigogliosi boschi ripariali. Sebbene questo ambiente sia stato profondamente rimaneggiato dall’uomo nel corso della storia, il tratto planiziale del Po costituisce un ecosistema unico nelle nostre pianure, dove numerosi gruppi faunistici, tra cui rare specie di pesci e molti uccelli, trovano un habitat adatto alla loro sopravvivenza, in perfetta sintonia con i ritmi stagionali del fiume.

Il Po scorre a valle silenzioso nei pressi della confluenza col Varaita (foto: R. Ribetto).

Quando l’impatto umano diventa positivo: i laghi di cava
La pianura alluvionale a Sud di Torino è ben conosciuta per i suoi importanti giacimenti di ghiaia, di interesse produttivo per il settore edilizio. Per questo motivo, negli ultimi decenni lungo il corso del Po sono sorte numerose attività estrattive, le quali hanno spesso prodotto profonde modifiche al paesaggio nei dintorni del grande fiume, costituendo ad esempio i grandi laghi che oggi caratterizzano le cave “Monviso”, “Fontane”, “Paracollo”, “Laurentia” e “Bastie”. Grazie ai processi di rinaturalizzazione attuati con successo in questi siti, i laghi di cava sono oggi un ambiente di pregio dal punto di vista naturalistico. I grandi bacini, infatti, costituiscono un habitat lacustre altrimenti assente nelle nostre pianure, essenziale per la sopravvivenza di molti uccelli acquatici e numerose altre specie. I rimboschimenti sulle sponde, inoltre, hanno consentito lo sviluppo di un rigoglioso bosco ripariale e di nuovi lembi di foresta planiziale, anch’essi essenziali per favorire la conservazione della biodiversità.

Alba invernale sul lago della Cava Fontane di Faule (foto: R. Ribetto).

Le zone umide di pianura: un piccolo paradiso per anfibi e non solo…
Soggette per secoli a continue opere di bonifica, le aree paludose sono diventate oggi uno degli ambienti più rari nelle nostre pianure. La scomparsa di acquitrini, stagni e canneti rappresenta una delle principali minacce alla conservazione della biodiversità, data la grande quantità di specie animali e vegetali specificamente adattate a questo tipo di ecosistema. La sopravvivenza di anfibi, libellule e di molte piante acquatiche è infatti legata alla disponibilità di questi habitat, fortunatamente ancora presenti lungo l’asta fluviale del Po cuneese, anche se in maniera frammentaria. Esempi di zone umide ancora ben conservate sono visibili nei dintorni dell’abbazia di Staffarda, dove negli ultimi anni sono state anche condotte con successo opere di ripristino di questi ambienti. Qui, oltre ai numerosi stagni, in primavera vaste porzioni di bosco sono allagate, costituendo uno scenario unico per la pianura cuneese. Quando ben gestite, le zone paludose ripristinate dall’uomo possono anche costituire veri e propri “santuari” per l’avifauna, come dimostrato dagli ultimi interventi effettuati presso il Centro Cicogne e Anatidi di Racconigi, situato nella Zona Speciale di Conservazione “Parco di Racconigi e boschi lungo il torrente Maira”.

Uno dei piccoli laghi presenti all’interno dei boschi di Staffarda (foto: R. Ribetto).

Dalle sorgenti alla pianura: l’impeto dei torrenti
Le acque che sgorgano delle numerose sorgenti che caratterizzano il massiccio del Monviso precipitano rapidamente a valle, dando vita ad una moltitudine di torrenti, tutti affluenti di un “giovane” Po. Questi ambienti fluviali sono caratterizzati da pendenze elevate, grandi massi e salti rocciosi, nell’insieme responsabili del tipico impeto e fragore delle acque torrentizie. Nonostante questi habitat siano apparentemente privi di vita, essi ospitano un vero e proprio ecosistema, dalla patina di alghe che ricopre la superficie delle rocce, alla comunità di insetti acquatici, fino all’airone che si ciba delle trote. Scendendo verso la pianura, la velocità della corrente diminuisce, così come la dimensione dei ciottoli che caratterizzano il fondo del corso d’acqua, costituendo vasti ghiareti. Presso la Riserva Naturale della Confluenza del Bronda, ad esempio, è possibile ammirare questo ambiente, dove il Po è ancora libero di espandersi durante le piene, mantenendo vaste distese di ciottoli su cui vivono e crescono molti animali e piante di interesse conservazionistico, dentro e fuori dall’acqua.

Il Po scorre tra vasti ghiareti giungendo nella Riserva Naturale della Confluenza del Bronda (foto: R. Ribetto).

Tra castagni e faggi nei boschi di montagna
Mentre in pianura gli ambienti forestali sono ormai ridotti a piccole superfici, i boschi sulle nostre montagne hanno conosciuto un’evidente espansione nell’ultimo secolo. In molti casi, castagneti e faggete hanno occupato terreni terrazzati, un tempo coltivati o pascolati, in conseguenza di un progressivo abbandono delle nostre valli da parte dell’uomo. Il faggio, in particolare, è la specie dominante in molte aree di media montagna, costituendo boschi di grande interesse dal punto di vista ecologico e ambientale. Qui picchi, scoiattoli, cervi e anche il lupo trovano un habitat ideale, mentre i grandi alberi possono offrire nelle loro cavità un rifugio sicuro per i rapaci notturni e per alcune specie di pipistrelli. La grande disponibilità di legno morto, inoltre, offre una risorsa essenziale per la sopravvivenza di una moltitudine di organismi, tra cui molti funghi e invertebrati.

Visione autunnale dei boschi di latifoglie nei pressi delle Riserva Naturale di Paesana (foto: R. Ribetto).

Le zone umide di alta quota: i laghi alpini e le torbiere
Grazie al modellamento esercitato dal ghiaccio durante l’ultima epoca glaciale, sul massiccio del Monviso sono presenti una quarantina di laghi alpini. Oltre al loro importante valore dal punto di vista paesaggistico, questi specchi d’acqua ospitano un ecosistema del tutto particolare. Infatti, pochi organismi specializzati sono capaci di sopravvivere in queste acque gelide e povere di sostanze nutritive, costituendo comunità animali e vegetali spesso esclusive di questi habitat. Fauna e flora così specializzate sono purtroppo molto sensibili a qualsiasi cambiamento ambientale, inclusa l’introduzione di pesci. La naturale dinamica dei laghi alpini prevede nel tempo un progressivo interramento degli specchi d’acqua, dando vita ad un altro importantissimo ambiente tipico delle alte quote: le torbiere. Questi habitat di notevole interesse ecologico, sebbene a prima vista possano non apparire molto diversi da una normale prateria, sono caratterizzati da una flora unica e specializzata, adattata a colonizzare suoli saturi di umidità, tra cui figurano anche alcune specie di orchidee.

Gli inconfondibili ciuffi bianchi degli eriofori spesso caratterizzano le aree umide di montagna (foto: R. Ribetto).

L’Alevé: la cembreta più grande d’Europa
Sul versante meridionale del massiccio del Monviso sorge uno degli esempi più significativi di cembreta d’Europa: il Bosco de l’Alevé. Vaste porzioni di questo ambiente forestale, esteso oltre 800 ha, sono infatti composte in purezza da pino cembro, con numerosi esemplari plurisecolari anche di dimensioni ragguardevoli. Diffusasi sulle Alpi durante le ultime epoche glaciali, questa specie di pino è particolarmente adattata a sopravvivere in climi freddi, trovando in alta Val Varaita condizioni ideali per la sua sopravvivenza. Anche la fauna che popola la cembreta comprende specie tipicamente presenti negli ecosistemi freddi, come ad esempio la civetta capogrosso e la nocciolaia. Quest’ultima è protagonista di una stretta relazione ecologica con il pino cembro, grazie alla sua abitudine di nascondere le pigne per creare delle scorte di cibo, favorendo indirettamente la propagazione dei pini. Infatti, nei casi in cui le riserve alimentari della nocciolaia non vengono consumate completamente, i semi di pino cembro sono liberi di germinare indisturbati e le plantule dispongono di un luogo protetto dove affrontare le prime fasi della loro crescita.

Scorcio del Bosco de l’Alevé presso il Lago Bagnour (foto: R. Ribetto).

Al confine tra bosco e prateria: gli arbusteti subalpini
Al limite superiore di diffusione della vegetazione arborea, che sui nostri monti si attesta in media tra i 1800 e i 2200 m di quota, è presente una zona di transizione tra bosco e prateria alpina, definita nel linguaggio scientifico come “ecotono”. Rododendro, mirtillo e ontano verde sono tra le principali essenze che compongono la fascia arbustiva che caratterizza questi ambienti, spesso intricata e poco accessibile agli escursionisti. In molte aree, gli arbusteti subalpini sono oggi in espansione a causa dell’abbandono delle superfici di pascolo meno accessibili. Tuttavia, tali habitat sono essenziali per la nidificazione di molte specie di uccelli, tra cui il fagiano di monte riveste un particolare interesse dal punto di vista conservazionistico. Anche la Salamandra di Lanza e molti insetti sono strettamente legati agli ambienti arbustivi, soprattutto laddove sono presenti le giuste condizioni di umidità.

Visione autunnale delle aree arbustive ai piedi del Monviso (foto: D. Giuliano).

Tra pascolo e biodiversità: le praterie alpine
Alle quote in cui le condizioni climatiche o il suolo non sono più adatti a sostenere gli ecosistemi forestali o gli arbusteti, l’ambiente predominante diventa la prateria alpina. Questo habitat è caratterizzato da un’elevata diversità floristica, ben evidente a inizio estate quando spettacolari fioriture ricoprono le pendici del Monviso. La biodiversità vegetale che caratterizza queste superfici le rende particolarmente adatte al pascolo del bestiame domestico, che in estate frequenta diffusamente il territorio del Parco del Monviso, contribuendo anche a contenere l’avanzata delle specie arbustive. Le praterie alpine offrono anche un habitat essenziale per la sopravvivenza di numerose specie animali. Ad esempio, sono moltissime le farfalle che popolano le distese erbose di alta quota, tra le quali figurano anche specie di interesse conservazionistico.

A inizio estate le praterie alpine sono caratterizzate da una spettacolare fioritura (foto: R. Ribetto).

Gli ambienti estremi delle alte quote
In corrispondenza delle alte quote si sviluppa uno degli ambienti più severi per la sopravvivenza di qualsiasi animale o vegetale, dominato da freddo, rocce, ghiaccio e neve. In balia di un quasi perenne inverno, le porzioni sommitali del massiccio del Monviso sono caratterizzate da copertura nevosa per oltre sei mesi l’anno, ad eccezione delle pareti rocciose e dei pendii più scoscesi, dove la neve precipita subito a valle con fragorose ed imponenti valanghe. Nelle conche più ombreggiate e fredde persistono ancora piccoli lembi di ghiacciaio (es. Ghiacciaio Coolidge Superiore e Ghiacciaio Vallanta), purtroppo in rapida regressione. Ambiente familiare per gli alpinisti e per i camminatori più audaci, tale habitat ospita degli autentici “eroi” di sopravvivenza tra la fauna, come stambecchi, pernici bianche, fringuelli alpini e gracchi, in grado di affrontare le condizioni climatiche estreme delle alte quote anche in pieno inverno!

Le rocce dominano il paesaggio verso i 3000 m del Viso Mozzo (foto: R. Ribetto).

L’ecosistema sotterraneo della Grotta di Rio Martino
La grotta di Rio Martino fa parte di uno dei sistemi di cavità carsiche più significativi del Piemonte. Percorsa al suo interno dall’omonimo rio, offre scorci spettacolari ai visitatori che nel periodo estivo possono esplorarla lungo un sentiero attrezzato. Buio assoluto, umidità e temperatura costante sono i fattori che caratterizzano l’ambiente sotterraneo, dove chiunque di noi senza una torcia non sarebbe in grado di sopravvivere a lungo. Eppure anche questo habitat ospita una varietà inaspettata di organismi, perfettamente adattati alle condizioni estreme dell’ambiente ipogeo, tanto che alcuni hanno perso completamente la vista. In certi casi, la grotta offre un rifugio sicuro per organismi provenienti dall’esterno, come ad esempio i pipistrelli, che approfittano della temperatura costante presente nell'ambiente sotterraneo per trascorrere il letargo invernale.

Il grande antro che caratterizza l’ingresso della Grotta di Rio Martino (foto: M. Aloi).

Ultimo aggiornamento: 19/06/2019 12:22